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COPYRIGHT
ammesso che qualcuno abbia il coraggio di assumersi la paternità di quanto scritto in queste pagine, sappia che il tutto è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons e pertanto può essere utilizzato solo in forma di citazione specificando la fonte:
se invece qualcun'altro dovesse avere l'incosciente impressione di riconoscersi in mezzo alle righe, sappia che si sta sbagliando: chi ha visto, chi ha visto non è. (non è Francesca)
che poi a quei tempi uno si lamentava, dei suoi tempi.
che uno, nei tempi, quando ci passa in mezzo, non si rende mai bene contodi che tempi siano e paion sempre tempi di merda, di quelli che meglio che non tornan più, questi tempi qui.
e invece eran bei tempi, quei tempi lì.
roba da dire va' che tempi 'sti tempi.
e invece.
e invece poi quei tempi passano e allora uno sì che comincia a rimpiangerli quei tempi che ora non son più questi tempi e pensa che questi tempi qua son ben peggio di quei tempi e gli vien da mangiarsi le mani a non essersi accorto di che tempi eran quei tempi, di non essersene accorto a quei tempi, dico.
e allora dice ai miei tempi.
ZANICHELLI ai miei tempi
è una roba che si dice
quando è troppo tardi
che poi uno, dire ai miei tempi.
uno dire ai miei tempi ci passa pure per vecchio.
che dire ai miei tempi è roba da vecchi.
lo dice mio nonno, ai miei tempi, lui che vecchio non è(sostiene lui), figurarsi.
MIO NONNO
vecchia sarà tua nonna
io però alla fine è da quei tempi che mi sento vecchio.
quindi mi sento pure autorizzato a dirlo, ai miei tempi.
e allora ecco, lo dico. ai miei tempi.
per esempio.
ai miei tempi l'Escort era un modello della Ford.
una macchina.
una signora macchina, per la precisione.
una splendida macchina fine anni'80 dalla linea accattivante e aggressiva, disponibile in una versione sportiva che ci avevan messo sopra come spoiler un'ala di un TomCat e l'avevan fatta diventare così tamarra che ci potevi fare anche i rally.
(i rally son delle scampagnate che ci vuole la macchina tamarra sennò non ti puoi iscrivere: la macchina gonfia, colorata e il più rumorosa possibile ci vuole, ai rally - altrimenti vai lì a far brutte figure)
e anche la D'Addario.
ai miei tempi.
la D'Addario ai miei tempi era una marca di accessori per la chitarra.
una signora marca, per la precisione.
ecco. oggi invece, di questi tempi qua che mi par niente più hanno a che vedere con i miei tempi, le escort, e in particolare la D'Addario
(ebbene sì, la D'Addario è una Escort al giorno d'oggi: son cose che se uno ci pensa non ci può credere, robe che ai miei tempi non se le riusciva a immaginare nemmeno un chitarrista con la passione dei motori - vedi te come cambiano i tempi di questi tempi)
son mica delle signore.
al massimo delle signorine, come direbbe mia nonna
(le signorine di mia nonna son della gente vestita poco che fa i falò ai lati della statale)
MIA NONNA
e li fan così bene
(i falò, dico)
che poi quelli che passano in macchina
si ferman pure a guardarli
gente che si fa pagare, ben più di una muta di corde.
gente che costa di più che a metter l'alettone quello sportivo a una Ford.
SISTEMI DI RIFERIMENTO INERZIALI MA NON TROPPO che tu corra a perdifiato in mezzo all'aria stagnante
o che tu rimanga immobile nella brezza del mattino
quello che senti è sempre lo stesso vento porco (anonimo triestino)
cara te,
come stai.
dici. come stai.
sai benissimo che è una domanda a cui non so rispondere, come stai?. stare bene, è ancor meno dirlo, è una di quelle cose che non mi son mai riuscite con disinvoltura, come intrattenere una conversazione sul tempo
(metereologicamente parlando dico, che sul tempo come misura ingannevole secondo la quale si percepisce il trascorrere degli eventi strettamente correlata alla necessità di farsi la barba almeno ogni tanto, quel tempo lì invece ci starei a parlare le ore, diventando noioso anche per uno studente di filosofia - ma questo lo sai, o comunque te lo puoi immaginare, anche se non hai studiato filosofia)
(la tombola è un gioco che uno chiama i numeri e loro - i numeri dicono - non rispondono mai, una metafora della vita, a voler ben vedere, se mi concedi questa similitudine da poco)
gliene manca giusto uno per arrivare dove vuole arrivare (ambo, terno, quaterna, cinquina - dipende dalle ambizioni) e sta ("sto!") tutta la sera ad aspettare che esca, per poi ritrovarsi, alla fine, mentre cammina sulla via di casa, ad aver poco altro da fare se non infilare la mano in tasca e affogare le dita in mezzo ai fagioli secchi che gli sono avanzati.
che
(se hai provato anche solo una volta questa è una precisazione inutile)
è comunque meraviglioso, infilare le dita in un mare di fagioli secchi, ma pur sempre un surrogato, se il tuo obiettivo era fare ambo, terna, quaterna, cinquina (dipende dalle ambizioni).
(i fagioli secchi son delle robe che a tombola servono per ricordarsi quei - pochi - numeri che incredibilmente han risposto, quando son stati chiamati: è una cosa rara ma dà comunque una certa soddisfazione, appoggiar il fagiolo sul numeretto e pensare "bòn, anche questa è andata" e poi rimettersi ad aspettar fiduciosi che qualcun altro risponda - come nella vita insomma, ma meno triste)
c'era
(cioè,c'è ancora - chissà perchè quando si parla di una canzone se ne parla sempre al passato, come se anche solo ascoltarla equivalesse in qualche modo a ucciderla, o comunque a perderla, qualunque sia il significato che vogliamo dare alla parola perdere)
una canzone
(non ti sto a dire il nome del gruppo perchè è più lungo del resto del blog)
che diceva: i'm alive, i'm alive, and that is the best that i can do.
c'aveva un titolo bellissimo, secondo me: dress me like a clown.
non ho mai capito cosa mi piacesse, di quella frase: se il vestito da pagliaccio, o il fatto che a mettertelo addosso fosse qualcun altro, ma non vorrei divagare.
diceva i'm alive, i'm alive, and that is the best that i can do.
e allora sto.
mi par mica poco, a me. a te non so.
mi sa di no, visto che hai avuto sempre ambizioni ben maggiori di una semplice cinquina, e i fagioli secchi dicevi che al massimo van bolliti, per cavarci fuori qualcosa di buono (una mezza cena, qualche proteina, o anche solo una scottatura - non si butta via niente).
io invece sto.
sto qua, attento a non lasciar mai tracce di caffè in fondo alla tazzina per non rischiare di riuscirci a leggere qualcosa, e a dare un voto ai giorni in base all'angolo di inclinazione che la mia testa inavvertitamente assume ogni volta che non guardo negli occhi qualcuno quando parlo di me.
a mettere in ordine i libri sugli scaffali dal più alto al più basso, sacramentando contro quelli che sporgono in fuori: maledettilibri quadratiche non sibilancian mai nè in lunghezza nè in larghezza.
a cercare di ammortizzare come meglio posso l'urto dell'ascensore contro il piano terra quando insieme planiamo giù dall'ottavo, di piani dico, come due fragili testimonianze del fatto inconfutabile che la gravità vince. sempre.
così sto.
a fissare l'asfalto che si scioglie, e a pensare che non sono solo non ci son più le mezze stagioni, son sparite pure quelle intere, quelle stagioni di un certo livello che sapevano sempre cosa volevano (un paio di occhiali da sole, un piumino, una ribellione o un amore non faceva differenza) e non te lo mandavano certo a dire.
a recriminare su quello che ne è rimasto, ovvero una manciata di giorni secchi, che non c'è nemmeno gusto a infilarci le mani dentro, con i quali al messimo puoi segnarci i numeri sul calendario, consapevole già in partenza che lì c'è poco da aspettare fiduciosi, visto che lì, sul calendario dico, il numero che esce domani lo sai già oggi, e non c'è bisogno di nessuno che te lo chiami.
fermo qui, costantemente impigliato nella costruzione arborea di burtoniana memoria che a suo piacimento mi improvvisa sulla testa questo vento porco che, come sempre, odio cordialmente.
sto, insomma.
con pochi indumenti veramente estivi, a fare l'unica cosa che so davvero far bene: contemplare la mia innata incapacità di schierarmi a prescinderee convivere così con la quella malinconia storta, quella che non sai mai se ti fa bene o ti fa male, quella delle foglie che cadono anche a giugno, non si è ben capito se per asfissia, per stanchezza, o per scherzo.
e muoversi non sembra così importante, perchè fin da piccoli ci insegnano che per muoversi occorre innanzitutto un bel posto dove andare e subito a seguire un buon motivo per andarci.
e così finisce che sto.
e non mi par nemmeno una brutta idea.
a te non so.
a me no, non mi par per niente una brutta idea.
che muoversi, con quest'afa senza preavviso, finisce che si suda.
e poi prender una bronchite, o comunque ammalarsi
(dove per ammalarsi intendo, cara te, niente più che star peggio di come si stava prima, che è un concetto molto semplice, e forse per questo a modo suo affascinante)
è un attimo, con quest'afa, tutti sudati, quando poi come se nulla fosse si alza questo vento porco.
bonus track: per ricordarci che il cinema e la vita son niente altro che una serie di immagini diverse messe una dietro l'altra a una velocità tale da ingannare gli occhi.
e che alla fine basta un dito o poco più per farle andare avanti.
bonus track: che le discoteche in genere son così piene di cani(anche in consolle, s'intende) in senso latoche a volte faremmo più bella figura a farci entrare i cani veri.